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Comincio a scrivere queste note nel primo giorno di
primavera. Le elezioni regionali sono ancora di là da venire. Quindi scrivo
quando non so ancora chi, tra Nichi Vendola e Raffaele Fitto, vincerà le
regionali pugliesi.
Questo clima di attesa mi sembra interessante: oggi nessun
sondaggio sembra in grado di dare indicazioni credibili sul clima di opinione
prevalente, ma comunque ben pochi smentirebbero con certezza assoluta la possibilità
concreta che Vendola possa uscire vincitore.
Già questo è un bel risultato, per il deputato di
Rifondazione. Prima la necessità di alzare la voce per ottenere le primarie nel
centro-sinistra e sfidare così Francesco Boccia, indicato dalla Margherita e dai
Ds (e da molti altri) come candidato ufficiale dello schieramento, poi l’inattesa
vittoria alle primarie, infine la difficile battaglia con Fitto. Un percorso
che appare un’ardua salita, sottolineata dal principio di broncopolmonite di
cui è stato vittima Vendola alla fine della campagna delle primarie. Una fatica
bestiale, quella di affrontare due campagne al prezzo di una sola – ipotetica –
elezione: dall’inizio dell’anno a oggi gli appuntamenti ufficiali (su cui
informa il sito diretto: www.nichivendola.it)
sono stati almeno una decina al giorno, dai comizi nei piccoli e piccolissimi
centri alle principali città, dalle riunioni per il varo di nuove associazioni
di quartiere alla presentazione dei candidati nei loro bacini elettorali.
Anche così, girando freneticamente la sua regione e cercando
ovunque di diffondere uno stile partecipato e comunitario (in cui la componente
emotiva ha una sua larga importanza), Vendola si è accreditato come candidato
di tutto il centrosinistra.
Ora che la snervante campagna sta terminando, si può tentare
un’analisi complessiva della comunicazione proposta dal leader. Sono convinto
che la novità autentica di queste elezioni regionali sia Vendola, al di là degli
eclatanti pasticci e della disinvoltura a sorpassare il confine
legalità-illegalità con cui si è combattuta la campagna elettorale nel Lazio.
Da che cosa è determinata questa novità? Innanzitutto dal
fatto che la scelta di un candidato sia stata affidata alle primarie, meccanismo
e metodo di cui si è fatto un gran parlare nel centrosinistra senza che poi venisse
messo in pratica. In Puglia sì, e il risultato è stato sorprendente. Si può
provare a ridimensionare il risultato, e
in molti si sono applicati al gioco. Resta il fatto che la lista dei motivi che
avrebbero causato la vittoria di Vendola (dalla scarsa affluenza dei militanti
dell’area Ds e Margherita fino alla partecipazione al voto di elettori di
centrodestra “infiltrati” nelle primarie per sfavorire il moderato e “tecnico”
Boccia, considerato – probabilmente a torto – un avversario più difficile per
Fitto del deputato di Rifondazione) non può prescindere in nessun modo da un
clima di speciale mobilitazione che si è subito creato intorno alla candidatura
e che ha trasformato in maggioranza quella che sulla carta era una minoranza, e
nemmeno troppo consistente. La differenza, fino a questo punto, è stata fatta
dall’accumulazione di credibilità ottenuta da Vendola nel corso degli anni
nella sua regione e – contemporaneamente – dalla scarsa conoscenza dei pugliesi
nei riguardi del suo antagonista Boccia. Pochissimi ritenevano comunque che
Vendola avrebbe prevalso: si è trattato di una sorpresa dovuta a una
sopravvalutazione (della capacità di tenuta sul territorio dei gruppi dirigenti
dei maggiori partiti dell’Ulivo, nonostante alcuni esponenti locali si
dicessero – più o meno a voce alta – supporter di Vendola: segnale che non
doveva essere trascurato) e a una sottovalutazione (del potenziale di simpatia,
di consenso e di rispecchiamento di parti dell’elettorato più militante nei
confronti del deputato comunista).
Nonostante le sue caratteristiche eterodosse (una
personalità assai complessa: comunista, poeta, cristiano, gay), nel corso della
campagna elettorale Vendola si è mosso come un esperto e maturo comunicatore anomalo,
adottando formule originali che non sembrano provenire da un’unica fonte né
tradizione. La sua linea espressiva, per quanto curata nella campagna
cartellonistica dell’agenzia Proforma e negli spot del regista Alessandro Piva,
va al di là dei prodotti mediatici. In questi ultimi si ritrova un gusto
giovanile e fresco, che punta soprattutto sull’ironia e sulla provocazione.
Invece queste sono componenti in fondo secondarie del linguaggio di Vendola nei
comizi e nelle comunicazioni pubbliche in genere.
La confezione parte quindi dal lato “nuove tendenze
giovanili”, ma il cuore del messaggio è una specifica affabulazione che Vendola
applica a ogni incontro. Ciò che viene mostrato è un percorso di passione e di
interesse che non arriva immediatamente al merito “tecnico” delle proposte. In
qualche modo in controtendenza rispetto alle schematizzazioni della
“politica-spettacolo”, Vendola non cerca di bruciare le tappe della risposta
politica e istituzionale. Sembra interessargli maggiormente la definizione del
problema, che emerge come un problema delle gestioni precedenti (senz’altro, ed
è evidente che Vendola e Fitto rappresentino scelte complessive opposte o
diversissime), ma anche come problema generato da un’ottica difensiva e poco
lungimirante presente nella comunità. D’altronde questa può essere ritenuta una
questione di forma o di sostanza: se la comunità ha partecipazione reale o solo
fittizia, intendo. Visto che Vendola insiste sempre su questo punto (a cui fa
seguire la metafora del castello, luogo chiuso e non trasparente, da cui Fitto avrebbe
governato), la questione va presa sul serio. Al di là dell’espediente retorico
(l’evocazione di una necessaria nuova partecipazione), Vendola è sembrato in
grado per tutta la campagna elettorale di chiamare la società civile a lui
vicina - e anche pezzi di società più lontani – a una riflessione sulla povertà
di idee del governo pugliese misurandola sulla povertà di partecipazione
collettiva.
Vendola cioè promette un allineamento alle posizioni metodologiche
e insieme pragmatiche che hanno animato le giornate di Porto Alegre: se il
metodo è la partecipazione, una partecipazione consapevole potrà estendere la
propria influenza fino a far diminuire la distanza tra la decisione politica e
la situazione dei cittadini di un territorio. La coincidenza avviene quando
“territorio” e “comunità” possono usarsi indifferentemente. Quando un argomento
arido come il budget comunale viene scomposto in bisogni sociali da sostenere e
in soluzioni da progettare può determinarsi una soluzione di continuità
rispetto alla politica tradizionale. E le istituzioni diventano così una rete
che connette gli individui, i loro gruppi, le loro associazioni.
La parola “comunità” evoca anche un immaginario cristiano:
il Nazareno stesso viveva in comunità. E la comunità risulta una visione
determinata della società, che punta al non abbandono dei singoli, alla dignità
di ogni cittadino, all’estremo rispetto che ogni vita si merita. E’ un afflato
ecumenico, che parla a ciascuno di un velo da squarciare. Nessuno ha sancito
che l’esistenza debba essere una continua lotta tra individui per disputarsi incessantemente
le risorse. E’una strada che sembra guardare all’interno della nostra
coscienza: sono momenti che Vendola ha saputo inserire con efficacia nei suoi
discorsi di piazza, discorsi a braccio che pure contenevano una speciale
coerenza linguistica, sottolineati dagli applausi scroscianti e liberatori di
cui sono stato testimone in più occasioni.
L’anomalia di Vendola è stata percepita secondo alcuni
diversi registri comunicativi.
Della presenza cartellonistica e della confezione degli spot
televisivi abbiamo già accennato: si tratta di una comunicazione forte e che
provoca reazioni. Bollarsi con il timbro “estremista” oppure “sovversivo”
oppure “pericoloso”, adducendo nelle didascalie spiegazioni positive
(“estremista nell’amore per la Puglia”) implica una interazione con il
lettore-cittadino, la necessità di misurarsi con un pensiero. Attratto dalla
durezza del timbro stampigliato a poca distanza dal volto di Vendola, come una
grande foto segnaletica, il lettore abbassa lo sguardo sulla didascalia ed è
invitato a pensare che le dure parole possano avere un esito condivisibile (l’amore
per la Puglia), depotenziando le accuse degli avversari che proprio da quella
durezza erano partiti (per bocca del ministro degli interni Pisanu, che aveva
accusato Vendola con gli stessi aggettivi poi usati nella campagna).
Può non convincere, ma ha una sua efficacia.
Sembra inoltre una scansione stilistica che ammette la
parzialità del consumo di immagini cartellonistiche: non si vince una campagna
elettorale per i manifesti, ma sbagliare la linea comunicativa può essere
compromettente. La visibilità di Vendola si ottiene ancora una volta per
anomalia. Il numero dei manifesti sui muri della campagna è stato certamente minore
di quelli di Fitto: tuttavia la linea espressiva si è fatta notare.
Sugli spot del giovane regista barese Alessandro Piva il
discorso è leggermente diverso: qui il tentativo è il disvelamento del modello
pugliese propugnato da Fitto. Una Puglia che avrebbe imboccato secondo il
centrodestra un destino di modernità ed efficienza e che invece rivela
drammatici problemi irrisolti e un modo di governare dirigistico e clientelare.
Qualche secondo a disposizione di un’anziana popolana in
monologo bastano a Piva per raccontare un disagio più che verosimile. Dopo aver
enumerato il suo piccolo calvario, la signora dice che poco prima era passato
Fitto e aveva detto che andava tutto bene, che era tutto a posto.
La signora parla con un marcatissimo accento barese,
l’effetto è comico.
La seconda declinazione dell’anomalia è di tipo linguistico-retorico.
Il linguaggio di Vendola è giunto alle manifestazioni e attraverso i media con
l’evocatività di un discorso civile di alto profilo. In questo senso le parole
del candidato del centrosinistra hanno ricordato i toni del Pasolini civile,
con la capacità di anamnesi rapide della società e di diagnosi radicali. Attraverso
questa voce, la voce per esempio che descrive l’ingiusta situazione che obbliga
figli ormai adulti a chiedere qualche soldo ai genitori come fosse
una”paghetta” fuori tempo massimo, Vendola ha trovato una sintonia con molti.
E’ riuscito a entrare nelle piazze e a uscirne con un’aura di simpatia e
identificazione collettiva.
Alcuni discorsi restituivano un’atmosfera simile al
Berlinguer della questione morale, con al centro il bisogno di riconoscere
dignità a coloro che se la vedono negata quotidianamente.
Ricordando fenomeni di emarginazione e solitudine molto
comuni, Vendola trovava l’ingresso per un messaggio di riscatto: la necessità
di alzare la testa, di non accettare la situazione.
Anche perché, approdo finale del discorso, c’è già una situazione
in atto che si esprime in altri termini, diversamente. C’è già una Puglia
migliore, composta a partire dai gruppi, i comitati, le aggregazioni spontanee
che si sono messe in moto per Vendola senza alcuna rete di interessi
soggiacente: come sappiamo, per Nichi Vendola si sono mobilitati artisti e
intellettuali, ma anche manager e imprenditori.
L’aura di alto profilo civile confina con un’altra modalità
comunicativa di Vendola, più rara, ma anch’essa presente, quella ecumenica. E’
lo stile con cui il candidato si è predisposto a condurre il centrosinistra
pugliese in campagna elettorale, e che ha fatto sì che venissero stemperati i
toni delle proposte che meno avrebbero avuto il consenso da parte di tutte le
liste a sostegno e ad aumentare il volume delle rimostranze verso la perdita di
dignità politica del modello pugliese rispetto all’enormità dei problemi
sociali aperti. In realtà Vendola ha fatto della Puglia di Fitto un’entità
politica collegata con le politiche liberiste in genere praticate dall’Occidente.
Così le aspre critiche a momenti che sembrerebbero tipicamente locali come la
gestione del sistema della sanità venivano a fare da introduzione a un discorso
quasi religioso sulla preservazione della vita. La bambina morta di stenti
nella terribile periferia di Bari è anche parte di un problema di scarsa
assistenza alle famiglie indigenti e border-line, ma è anche un problema che
riguarda tutti noi, tutta la comunità. Mettere in conto che la politica possa
reagire a questi fenomeni sconvolgenti significa – di nuovo – ripensare la
comunità come cuore pulsante di un’idea larga di partecipazione.
In questo senso il motivato e pressante insistere di Vendola
sugli ultimi (“Siamo tutti diversamente abili”, ha più volte asserito il
candidato parlando proprio della necessità di partecipazione da parte di
ognuno, anche di coloro che hanno difficoltà più evidenti, e che tuttavia spingono
ciascuno a riflettere sulla propria unicità, sulla propria “diversa abilità”),
ha creato un continuum di sapore gandhiano, in quel complicato crinale in cui
si intrecciano politica, senso civico e spiritualità.
Credo che anche questo specifico linguaggio di Vendola abbia
consentito una tenuta equilibrata della coalizione, da cui ogni tanto sbucava
una dichiarazione di elogio nei suoi confronti anche da parte di esponenti
delle forze politiche più distanti da Rifondazione, casa madre del candidato.
Ultimo elemento caratterizzante di stile comunicativo (e
anch’esso anomalo, soprattutto collegando questo elemento ai precedenti) è la matrice
popolare dell’appartenenza, che non viene smentita nemmeno di fronte alla
perseveranza di Vendola nei confronti di un lessico molto ricco, a cui il
candidato non rinuncia neppure di fronte a un uditorio non erudito (mi ha
colpito l’aggettivo “vetusto”, usato in un paio di comizi popolari cui ho
partecipato; e mi ha colpito anche il fatto che Vendola non si censuri quando
intende usare un vocabolo desueto, ma accompagni se mai l’aggettivo desueto con
altri, più diffusi, a fargli da sinonimi). Ne risulta un atteggiamento che
riconnette felicemente Vendola a una tradizione di nome eccellente, pugliese
anch’essa, quella di Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil fin dal
secondo dopoguerra; una tradizione che puntava all’ascesa innanzitutto culturale
delle classi popolari, indispensabile per competere con la borghesia nel
disegno di un modello nazionale capace di innervare le istituzioni.
Di Vittorio, anche nei momenti più aspri di polemica
politica e sindacale, non rinunciava – mi si passi il termine – a insegnare, a
trasmettere conoscenze. Ho avuto l’impressione che Vendola si cimentasse in uno
stile prossimo a quello di Di Vittorio anche nei momenti in cui sarebbe stato
più facile coniugare l’urlo da comizio attraverso registri unicamente di indignazione
e di protesta. Soprattutto nella descrizione delle tendenze in atto nella
globalizzazione Vendola è stato in grado di offrire analisi rapide ma non
superficiali, che davano uno spessore culturale all’opposizione politica e
morale.
La carta non fa salti, ma intanto sono passati dei giorni e Vendola ha
vinto le elezioni.
Ora tutti gli azzardi e le timidezze di qualche settimana fa
sembrano indici di debolezza analitica. Ma la politica non è una scienza esatta,
troppe variabili sono sempre al lavoro per poter costituire un quadro “fermo”
delle priorità che spingeranno gli elettori a esprimersi secondo un voto di
maggioranza. Ripensando a quanto già scritto, rimetterei così in riga gli
elementi che mi sembrano caratterizzare la comunicazione di Vendola una volta
acclarato che – come minimo – la comunicazione non è stata un suo punto debole
(casomai il contrario):
a) l’uso moderno e attualissimo del conflitto e della
provocazione culturale nelle campagne pubblicitarie (manifesti e spot),
declinazione affidata a professionisti vicini a Vendola per sensibilità e
portatori di un linguaggio giovanile spregiudicato e brillante. Attraverso i
manifesti e gli spot Vendola ha portato ad emersione un gruppo in realtà molto
consistente (quasi un ceto?) di giovani produttori di cultura pugliesi, da
tempo emancipatisi dallo status di semplici promesse. Vendola li ha presi sul
serio, come anche ha preso sul serio le proposte che gli giungevano da una
realtà vastissima di gruppi e gruppetti (“Artisti per Nichi”): li ha accolti e
li ha lasciati fare, e il risultato di questa autorganizzazione è stato una
capillarità di iniziative non smentita dallo spontaneismo dominante;
b) il linguaggio proprio di Vendola, che ha costituito una
felice anomalia nel panorama politico pugliese e nazionale. Sono convinto che nella
sua retorica insistano almeno tre diverse tradizioni che riescono a convivere
nei contenuti del suo discorso: la tradizione comunista popolare (derivazione
Di Vittorio), la tradizione della passione civile e libertaria (derivazione
Pasolini degli Scritti corsari), la tradizione ecumenico-spirituale (non solo
di ambito cattolico, vedi la suggestione gandhiana).
Questo trivio di atteggiamenti ha costituito la base su cui
far decollare un discorso di “rivoluzione gentile” (espressione usata dallo
stesso Vendola), cioè un tentativo di mantenere saldi concetti e contenuti di
riforma senza indulgere in alcun tipo di aggressività e di violenza (notevole
da questo punto di vista una specie di autocritica fatta da Vendola dopo il
primo faccia a faccia con il presidente uscente Fitto dai toni particolarmente
feroci);
c) la capacità persuasiva dimostrata da Vendola su punti
caratterizzanti la sua prospettiva culturale, in particolare il tema della
“precarietà”. L’effetto indotto dalle argomentazioni di Vendola contro il
regime (non solo) economico della precarietà, il suo insistere sulla pericolosa
frustrazione ingenerata da un sistema di flessibilità ridotto a sfruttamento
intermittente della forza lavoro, hanno dato vita a fenomeni di rispecchiamento
collettivo con quanto affermato (calorosamente) dal candidato. Forse per la
prima volta migliaia di cittadini – giovani ma non solo – si sono sentiti
capiti da un uomo politico. E, in rapida successione, si sono sentiti spinti da
un uomo politico verso il riscatto, verso la conquista del riscatto. Tanto più
forte quanto più si individua una radice meridionale al cambiamento.
In termini mediatici, la sintesi comunicativa di Vendola non
è immediatamente traducibile in linguaggio generalista. Più facile costruire un
sito internet sulle esigenze del candidato e dei sostenitori che spiegare
Vendola attraverso l’armamentario classico della tv: resoconti di iniziative e
di comizi, interviste di pochi secondi, servizi e reportage vari. Credo che
Vendola possa avere un buon futuro mediale, ma è un personaggio che va in
qualche modo introdotto e conosciuto progressivamente, un po’ per volta.
L’arrivo mediatico di fine febbraio, diffuso attraverso una nota tv locale
(Telerama di Lecce), in un faccia a faccia con Fitto che sprizzava poca
dimestichezza da ambo le parti (con accapigliamenti su questioni marginali e
una dura paralisi comunicativa dovuta al rifiuto di Vendola di entrare nel
dettaglio delle sue proposte sulla sanità), è stato molto visto ma anche molto
criticato.
Da allora le cose sono migliorate, ma il meglio di sé
Vendola lo ha dato in mezzo alla gente, magari sotto un ombrello o con un
megafono in mano: la tv fa più fatica a far passare la voce di una anomalia,
perché ti chiede il miracolo di essere perfettamente normale e perfettamente spettacolare
davanti alla telecamera, attitudini che, dal punto di vista logico, mal si
sposano.
Ho così introdotto l’ultimo elemento di riflessione,
connesso a una piccola indagine realizzata dall’Osservatorio di comunicazione
politica (Ocp) presso l’Università di Lecce (insegnamento di Sociologia della
comunicazione, corso di laurea in Scienze della comunicazione) proprio sul
trattamento della campagna elettorale da parte dei media locali (dal 1°
febbraio al 1° aprile). Per questioni di risorse e di personale della ricerca è
stato possibile monitorare solo uno spicchio mediatico del Salento (Tg3
regionale e Telerama news, i quotidiani Gazzetta del Mezzogiorno, Repubblica di
Bari, Quotidiano di Lecce e Corriere del Mezzogiorno, i siti internet dei
candidati e la cartellonistica murale), senza soffermarsi troppo sull’aspetto
qualitativo delle comunicazioni.
Anche presi solo come indicazioni strutturali, i dati
quantitativi ottenuti parlano molto chiaro riguardo alla carta stampata, a
internet e alle campagne murali. I giornali hanno tenuto un atteggiamento molto
misurato (anche se Repubblica ha scelto, in modo perfettamente legittimo, una
linea critica nei confronti di Fitto, e la Gazzetta negli ultimi giorni ha decisamente
sostenuto l’ex Presidente), dedicando a Vendola e al suo avversario quasi gli
stessi spazi.
Non ci sono state variazioni clamorose nel corso delle
settimane di rilevazione.
Molto buona la performance del sito ufficiale di Vendola,
partito decisamente prima di quello di Fitto e capace di proporsi come nodo
comunicativo indispensabile per il raccordo tra i diversi comitati nati per
sostenere Vendola.
Sui muri e sugli spazi di affissione in genere il
centrodestra ha invece dilagato, non solo con la campagna di Fitto (che ha
mantenuto solo lo slogan principale della prima fase – la Puglia prima di tutto
– nella seconda serie di manifesti, più estetizzanti e personalizzati), ma
anche con quella di numerosi candidati eccellenti. Stesso discorso sugli spot
del centrodestra.
In tv situazione controversa: i tg di Rai3 hanno mantenuto
una bipartizione equa, soprattutto nelle ultime settimane, mentre le news di
Telerama hanno privilegiato Fitto in veste di candidato e di Presidente ancora
in carica (molte inaugurazioni, congressi, interviste), ridimensionato Vendola
dopo l’ampio spazio della vittoria nelle primarie, pur non lesinando spazio ad
altri esponenti del centrosinistra (nelle ultime settimane soprattutto vertici
nazionali in campagna pugliese).
L’effetto televisivo veniva però accentuato dalla copiosa
presenza di spot e programmi di infotainment semi-istituzionali prodotti o
promossi dal centrodestra.
In definitiva, non si può certo dire che Vendola abbia vinto
grazie all’appoggio dei media, ma nemmeno che abbia vinto nonostante i media.
Di fronte alla anomalia complessiva del fenomeno Vendola, i
media hanno lasciato passare comunicazione di cronaca e di opinione, quasi
assistendo alla creazione di un avvenimento inedito, lasciandolo poi misurare alle
cifre scaturite dalle urne.
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